Se un giorno tornerò alla vita la mia casa non avrà chiavi: sempre aperta, come il mare, il sole e l’aria.
Che entrino la notte e il giorno, la pioggia azzurra, la sera, il pane rosso dell’aurora; la luna, mia dolce amante.
Che l’amicizia non trattenga il passo sulla soglia, né la rondine il volo, né l’amore le labbra. Nessuno.
La mia casa e il mio cuore mai chiusi: che passino gli uccelli, gli amici, e il sole e l’aria.
MARCOS ANA ( poeta spagnolo imprigionato nel 1938 dal regime franchista,rimanendo in carcere per 23 anni per motivi politici.Nel 1961 fu scarcerato ed esiliato a Parigi :Ha raccontato la sua storia nel libro:Ditemi com’è un albero)
“Ci sono colori che reclamano un ozio e una quieta attesa. Non l’incalzante giallo che col suo dinamismo ama sempre ridere e sparpagliarsi in tanti riflessi di luce.” (Fabrizio Caramagna)
Il capitano Gerd Wiesler è un abile e inflessibile agente della Stasi, la polizia di stato che spia e controlla la vita dei cittadini della DDR. Un idealista votato alla causa comunista, servita con diligente scrupolo. Dopo aver assistito alla pièce teatrale di Georg Dreyman, un noto drammaturgo dell’Est che si attiene alle linee del partito, gli viene ordinato di sorvegliarlo. Il ministro della cultura Bruno Hempf si è invaghito della compagna di Dreyman, l’attrice Christa-Maria Sieland, e vorrebbe trovare prove a carico dell’artista per avere campo libero. Ma l’intercettazione sortirà l’esito opposto, Wiesler entrerà nelle loro vite non per denunciarle ma per diventarne complice discreto. La trasformazione e la sensibilità dello scrittore lo toccheranno profondamente fino ad abiurare una fede incompatibile con l’amore, l’umanità e la compassione.
Ben lontano dal solito triller politico, Le vite degli altri – diretto dall’esordiente Florian Henckel von Donnersmarck, e con alcuni attori indimenticabili: i due “artisti” Martina Gedeck e Sebastian Koch, e soprattutto la “spia” Ulrich Mühe, dall’espressione impassibile – cattura subito lo spettatore in una tensione che lascia senza fiato, al vedere come la vita di qualsiasi cittadino possa essere stata controllata fin nei particolari più insignificanti, e questo da un regime per il quale anche una barzelletta poteva essere motivo di essere classificati come “nemici del socialismo” e quindi perseguitati. Ma il film inequivocabilmente grida come la percezione della verità possa spingere a rifiutare una vita costruita su un ideale menzognero, per cercare una libertà che è soprattutto pace con la propria coscienza.
“Chi dice la verità a volte sbaglia parole, è naturale. Un bugiardo ha studiato prima cosa deve dire e anche quando è sfinito dice sempre le stesse parole.”
Katherine Watson (Julia Roberts) “Non tutti quelli che vagano sono senza meta, soprattutto non coloro che cercano la verità, oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza”
Visto e rivisto sempre senza stancarmi ,questo film,tratto da una storia vera,è un inno all’autoaffermazione femminile, un omaggio alle donne di tutti i tempi che con intelligenza e coraggio hanno infranto gli stereotipi legati al genere……
Quando un dipinto,un libro,un film,riescono a modificare il nostro sguardo sul mondo, è lì che accade la magia dell’arte. Perché è attraverso di essi che possiamo viaggiare, scoprire e allargare le nostre vedute, confondere i confini per ridisegnarli con una nuova consapevolezza. Vorrei portarvi lì dove avvengono le piccolerivoluzioni, attraverso quelle opere che vi hanno emozionato e forse anche un po’ cambiato la vita.
Nel dicembre 2003, nelle sale cinematografiche usciva il film” Monna Lisa smile” diretto da Mike Newell, con una raggiante Julia Roberts e un cast di giovani promesse del cinema, fra cui Kirsten Dunst e Maggie Gyllenhaal. Ispirato a una storia vera, il film mostra uno spaccato dell’America degli anni ’50, l’epoca della guerra fredda e del maccartismo, del perbenismo ipocrita che per contrapposizione incoraggiò la nascita dei primi movimenti femministi.
A proposito di Vincent van Gogh] Katherine Watson: Dipingeva ciò che sentiva, non ciò che vedeva. La gente non capiva, a loro sembrava infantile e grezzo. Ci sono voluti anni perché riconoscessero la sua reale tecnica. Per vedere il modo in cui le sue pennellate sembravano far muovere cielo notturno. Eppure, non ha mai venduto un dipinto nella sua vita. Questo è il suo autoritratto. Non c’è camuffamento, nessuna storia d’amore. Onestà. Ora, sessant’anni dopo, dov’è lui?
Giselle Levy: È diventato famoso.
Katherine Watson: Così famoso, infatti, che ognuno ha una sua riproduzione. Ci sono cartoline … Connie Baker: Abbiamo il calendario.
Katherine Watson: Ecco. Con la capacità di riprodurre l’arte, è diventata disponibile per le masse. Nessuno ha bisogno di possedere un originale van Gogh, possono dipingere il proprio. Van Gogh in una scatola, signore! La nuova forma d’arte di massa distribuita; dipingi con i numeri.
Connie Baker: [leggendo dalla scatola] “Ora tutti possono essere van Gogh. È così facile Basta seguire le semplici istruzioni e in pochi minuti, sei sulla buona strada per essere un artista…” Giselle Levy: Van Gogh con i numeri?
Katherine Watson: Ironico, non è vero? Guardate quello che abbiamo fatto all’uomo che ha rifiutato di conformare i propri ideali al gusto popolare. Che ha rifiutato di compromettere la sua integrità. Lo abbiamo messo in una piccola scatola chiedendovi di copiarlo.
La storia
Nell’autunno del 1953 arriva nel prestigioso college femminile di Wellesley una nuova insegnante di storia dell’arte, Katherine Watson. Idealista e armata delle migliori intenzioni, Katherine è costretta a fare i conti con una realtà conformista, bigotta e repressiva, dove le giovani studentesse sono istruite per diventare perfette mogli e padrone di casa. Dopo le iniziali resistenze, Katherine riesce a conquistarsi la fiducia delle sue allieve, incoraggiandole a non sacrificare le proprie aspirazioni e a non abbandonare gli studi pur di avere un marito. Ma i metodi di insegnamento “poco ortodossi” della professoressa Watson non sono ben visti dalla direzione del college e Katherine, contraria a rinunciare al suo credo, decide di lasciare la scuola.
” Monna Lisa smile” è considerato un inno all’autoaffermazione femminile, un omaggio alle donne di tutti i tempi che con intelligenza e coraggio hanno infranto gli stereotipi legati al genere. Perché la liberazione da tabù e pregiudizi passa attraverso le donne che ci hanno preceduto. Donne che hanno fatto la storia, ma spesso anche volti sconosciuti, figure dimenticate e lasciate nell’ombra che, spesso silenziosamente, ci hanno consegnato il frutto delle loro battaglie. Uscire dagli schemi presuppone un’aspirazione a riconoscersi al di fuori di modelli omologati e per farlo occorre coraggio e senso di ricerca.
Una bambina con una fionda mira e colpisce dei fiori. Che sembrano formare una macchia di sangue. Cupido diventa donna, anzi bambina, e scocca il sasso, non la freccia, verso un cumulo fiorito. Amore e odio, due facce della stessa medaglia. Così come amore e guerra. Questo il murale apparso nella notte del 13 febbraio a Bristol, città natale di Banksy, che sembra proprio aver fatto un regalo ai suoi tantissimi estimatori per San Valentino. Lo stile, inconfondibile, sembra proprio il suo anche se ancora non è stato postato niente sul suo profilo ufficiale. L’artista si dichiarerà autore di questo bellissimo murale? Intanto la Bristol Somali Community Associationha pubblicato le foto su Twitter: “Speriamo che sia un’opera di Banksy”.
Ma chi è Banksy?
È uno degli artisti più famosi del mondo, in non piccola misura grazie al fatto che vuole restare anonimo. È anche uno degli artisti più ricchi del mondo, sebbene le sue opere appaiano su muri pubblici e lui non faccia nulla per venderle (ci pensa qualcun altro, però). Ed è uno dei più politicizzati: un ribelle che dice di lottare contro il sistema, in ogni sua manifestazione, anche se inevitabilmente lui stesso finisce per farne parte.
Ma le contraddizioni sono il motivo del successo di Banksy, nome d’arte dello “street artist” inglese protagonista della sfida di queste ore nel Mediterraneo, intrapresa da una nave finanziata con i suoi soldi per soccorrere migranti in difficoltà. E poi costretta, contraddizione anche questa, a lanciare a sua volta un Sos perché ne ha salvati troppi e rischia di affondare.
Su chi sia Banksy si discute da anni: si suppone da vari indizi che sia nato a Bristol, la città portuale nell’ovest dell’Inghilterra, qualcuno dice di sapere anche il suo anno di nascita, il 1947. Un’inchiesta del 2008 del Mail on Sunday afferma di averlo identificato: il suo vero nome sarebbe Robin Gunningham, ex-studente della Bristol Cathedral Choir School, una tesi confermata pure da uno studio della Queen Mary University. Altri ritengono che sia in realtà il musicista e graffitista Robert Del Naja della rock band Massive Attack. Ma circolano anche ipotesi secondo cui Banksy sarebbe una donna oppure un collettivo di sei artisti riuniti sotto il suo nome.
Più facile dire quanto valga: una recente stima calcola un patrimonio di 50 milioni di sterline, che ne farebbe uno degli interpreti più ricchi della cosiddetta arte concettuale. I suoi murales e disegni, anche se su pareti di edifici pubblici, vengono venduti da case d’aste e galleristi:
Tocca poi al proprietario trovare il modo di rimuovere e portare a casa l’opera che ha acquistato. “, “Devolved Parliament “,un suo quadro satirico del 2009 che mostrava la camera dei Comuni popolata da scimpanzè, è stato venduto per 9 milioni e 900 mila sterline a un anonimo (come l’artista) compratore. Scimmie, topi e altri animali popolano spesso i suoi graffiti, così come bambine e cuoricini, come è il caso del disegno sulla fiancata della Louise Michel, la nave salva migranti impegnata in queste ore nel Mediterraneo. Chissà se un giorno verrà tagliato e venduto anche quello. …….
“La stanza di Jacob conteneva un tavolo rotondo e due sedie basse. Un vaso di iris gialle sul caminetto, con una fotografia di sua madre; cartoncini di compagnie con piccole mezzelune, stemmi e iniziali; fogli d’appunti e pipe. Sul tavolo, fogli con i margini rigati in rosso… un saggio, senza dubbio: «Può la storia consistere nelle biografie dei grandi uomini?». […] E’ così inerte l’aria che c’è in una stanza vuota, fa appena gonfiare le tendine. I fiori del vaso hanno un lieve moto, una fibra della poltrona di vimini scricchiola senza che nessuno vi sia seduto.”………….
Terzo romanzo della scrittrice inglese Virginia Woolf, scritto nel 1922 e pubblicato per la prima volta il 26 ottobre dello stesso anno dalla Hogarth Press, la casa editrice fondata da lei stessa e dal marito Leonard Woolf.
E’ ispirato dalla figura di Thoby, un fratello di Virginia morto in giovane età, è raccontata attraverso sensazioni, memorie, emozioni, avendo come punto di riferimento le “stanze” della sua breve esistenza (da cui il titolo). Pertanto, va evidenziato che il libro è principalmente lo studio di un personaggio e trama e sfondo sono solo accennati; la narrazione è costruita attorna all’assenza del personaggio principale, sempre che il romanzo abbia davvero un protagonista, almeno come lo si intende convenzionalmente. Jacob è infatti descritto in modo così indiretto da emergere attraverso la fusione delle diverse percezioni che di lui hanno gli altri personaggi e il narratore. Piuttosto che essere una realtà concreta, Jacob è una serie di ricordi e sensazioni. I temi ricorrenti dell’assenza e del vuoto caratterizzano dunque il romanzo conferendogli un tono elegiaco.
Segna una radicale rivoluzione della Woolf rispetto ai suoi primi due romanzi, La crociera (1915) e Notte e giorno (1919), decisamente più convenzionali nella forma e come stile narrativo. Quest’opera è invece considerata un testo significativo del movimento riformista; la sua forma sperimentale sviluppa ulteriormente lo stile innovativo conosciuto come “Flusssodi coscienza (in cui i pensieri vengono esposti così come vengono alla mente,prima di essere riordinati in un filo logico) già adottato dalla scrittrice nella sua precedente raccolta di racconti brevi Monday or Tuesday (1919).