
VOLEVO CONDIVIDERE UN BEL RACCONTO DI MURAKAMI CON IL QUALE HO UN RAPPORTO CONTROVERSO.SPESSO HO LASCIATO A META’ I SUOI ROMANZI PERCHE’ TROPPO ONIRICI,MA HO ADORATO I SUOI SAGGI SULLA MUSICA E SULLA SCRITTURA

In questo racconto di 70 pagine,LO SCRITTORE ripercorre i suoi ricordi di bambino e, a differenza dei mondi immaginifici ai quali ci ha abituato, racconta la sua vita. Questa è la prima volta in cui si confessa col suo pubblico. L’autore narra in maniera apparentemente semplice la storia comune di un uomo comune – suo padre – ripassandola con gli occhi del bimbo che è stato, ma ragionandola con la mente dell’uomo che è diventato.

La prima a tornargli in mente, fra le tante cose che hanno fatto insieme, senza una ragione precisa, è la vicenda che li ha legati alla loro gatta. Una storia singolare, ambientata nel dopoguerra, quando le complicazioni potevano davvero insorgere dal nulla. Così è nell’ordinario che Haruki Murakami ritrova il quotidiano suo, di suo padre e di sua madre.

Vale la pena di leggerlo perchè, è una sorta di dono al suo pubblico da parte dell’autore. Mai prima, infatti, Murakami si è aperto tanto.
Con l’immancabile traduzione di Antonietta Pastore, “Abbandonare un gatto” è completamente illustrato dall’italiano Emiliano Ponzi. Un libro da non perdere, per niente al mondo, se siete murakamiani.
Se non lo siete, invece, è da leggere semplicemente perché – con la sua perfetta sintesi – l’autore riesce a spiegarci molto sulla storia e sulla cultura giapponese, sulle usanze, sui modi di dire, sulla guerra, sul dopoguerra e sulla tradizionale POESIA HAIKU. Poesia della quale egli non è affatto un grande compositore, a differenza di Murakami padre.


