Monet e l’indimenticabile Camille……..

Camille-Leonie Doncieux aveva solo diciotto anni quando incontrò Claude Monet. Fu amore a prima vista in una libreria di Parigi. Quella che ben presto sarà chiamata “La Monette” lasciò per il re degli impressionisti la casa natale rompendo il fidanzamento con un rampollo ben voluto in famiglia. Scelse l’amore al caro prezzo di una vita fatta di stenti e difficoltà.

“La donna con il vestito verde”, Monet

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L’AMORE SOPRA TUTTO – Camille seguì Claude nella vita bohémienne diventando la sua modella e compagna. I due dividevano tutto: le ore di posa, la precarietà, le tante fughe di notte per via degli affitti che non riuscivano a pagare… In compenso la bella modella esercitava su tutti un gran fascino, non solo sul suo Monet, ma anche sugli altri impressionisti che la vollero protagonista delle loro tele, come Renoir. Dopo aver dato a Monet un erede, Jean, la donna si ammalò. Camille morì di cancro nel 1879, a soli 32 anni, dopo aver dato alla luce, qualche mese prima, il secondogenito Michel. Monet fu sconvolto dalla morte della giovane moglie, come dimostra anche il celebre ritratto “Camille Monet sul letto di morte”, nonostante avesse intrecciato da poco una relazione extraconiugale con Alice Hoschedé, moglie di un ricco finanziere, amico del pittore e suo fedele collezionista. Monet continuò a ritrarre la moglie anche dopo la sua morte generando non poca gelosia ad Alice.

La scrittrice STEPHANIE COWELL ne ha tratto un bellissimo romanzo: La donna col vestito verde

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Il poeta dell’inquietudine……

 Per tutta la vita, trascorsa per la maggior parte in una stanza ammobiliata in affitto a Lisbona, dove sarebbe morto in solitudine, Fernando Pessoa rimase pressoché sconosciuto al mondo editoriale ed al grande pubblico. Oggi egli viene comunemente riconosciuto come il più importante poeta portoghese moderno, membro più rappresentativo del Gruppo Modernista conosciuto anche come Orpheu.
Era nato a Lisbona, il padre Joaquim de Seabra Pessoa morì di tubercolosi quando Fernando era poco più che un bambino, la madre si risposò con il console portoghese per il Sud Africa dove la famiglia si trasferì nel 1896. Qui restò per tre anni, imparando perfettamente la lingua inglese ed interessandosi alla lettura delle opere di Shakespeare e Milton. Tornò a Lisbona nel 1905 per iscriversi all’Università, avrebbe tuttavia abbandonato gli studi molto presto per iniziare a lavorare come traduttore per conto di aziende commerciali. Nel frattempo Fernando Pessoa iniziò a scrivere lettere ed articoli per riviste letterarie quali l’Orpheus, suscitando spesso vivaci polemiche per le idee ed i termini anticonformisti. La sua prima collezione di poesie Antinous fu scritta in lingua inglese ed apparve nel 1918. Pure in inglese furono redatte le successive due raccolte e soltanto nel 1933 pubblicò il primo libro, Mensagem, in portoghese che, come i precedenti, passò completamente inosservato.
La maggior parte delle sue poesie apparvero su riviste letterarie quali Athena da lui stessa diretta e sotto gli pseudonimi di Álvaro de Campos, Riccardo Reis e Alberto Caeiro, veri e propri alter ego, ciascuno dotato di una differente personalità e di un proprio background (Campos un ingegnere affascinato da Walt Whitman, Reis un dottore epicureo dalla solida cultura classica) che spesso animavano le pagine di Athena dandosi battaglia, ora lodando ed ora criticando le “reciproche” opere.
Fernando Pessoa morì il 30 Novembre 1935, la sua fama iniziò a diffondersi, in Portogallo e poi in Brasile, a partire dal 1940 e tutte le sue opere furono pubblicate postume. Ricordiamo Poesias de Fernando Pessoa (1942) ed Odes de Ricardo Reis (1946). La sua autobiografia scritta sotto lo pseudonimo di Bernardo Soares, apparve solo nel 1982.

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Uno dei principali poeti del novecento europeo, uno dei massimi poeti del modernismo europeo. Oggi mi chiedo chi siano in Italia gli eredi del modernismo europeo, se c’è stato in Italia un modernismo europeo. E qui chiedo aiuto a Carlo Livia, lui so che ha meditato su questo problema. Che cosa significa oggi essere in Italia un poeta della nuova ontologia estetica è una cosa che è in rapporto, in qualche modo, con il modernismo portoghese ed europeo, è questo il senso profondo di riproporre la lettura di un poeta come Pessoa e dei suoi eteronimi. Pessoa il poeta che impersona la grande crisi della cultura europea degli anni venti e trenta.

Forse nessuno in Europa come Pessoa ha avvertito i segnali, i campanelli di allarme che tintinnavano dovunque. In Italia noi, in piena autarchia, avevamo un Cardarelli e il ritorno all’ordine de “La Ronda”… Così anche oggi quando leggo la poesia che va di moda. Un poeta, la grandezza di un poeta la si misura dalla sua capacità di andare in profondità del proprio tempo, di sondare la crisi del proprio tempo. Non si capisce niente di Pessoa e della grande poesia europea di quegli anni se non teniamo presente la crisi dell’Europa: la poesia di Mandel’stam, Eliot, Pessoa sta lì a dimostrare che alcuni poeti avevano intravisto, molto in anticipo sui propri contemporanei, la crisi di civiltà e di valori della cultura del loro tempo. Non si capisce nulla della poesia di Pessoa se non si tiene bene aperto davanti agli occhi il registro del nichilismo, quel morbo invisibile che attecchì le menti degli abitanti dell’Europa di allora. Non si capisce niente del mondo di oggi se non teniamo bene aperto il quaderno del nichilismo di oggi. La poesia è tra le arti forse quella più idonea a rappresentare la crisi di un mondo, del nostro mondo…

da Il libro dell’inquietudine:

“La generazione cui appartengo, quando è nata, ha trovato un mondo sprovvisto di fondamenta per chi abbia cervello e un cuore. Il lavoro di distruzione delle generazioni anteriori aveva fatto in modo che il mondo, sul quale siamo nati, non ci potesse dare nessuna sicurezza sul piano religioso, nessun aiuto sul piano morale, nessuna tranquillità sul piano politico. Siamo nati ormai in piena ansia metafisica, in piena ansia morale, in piena agitazione politica. Ebbre delle formule esteriori, dei meri procedimenti della ragione e della scienza, le generazioni che ci hanno preceduto hanno abbattuto i fondamenti della fede cristiana… ”

 

Quel che mi duole non è

Quel che mi duole non è
Quello che c’è nel cuore
Ma quelle cose belle
Che mai esisteranno.

Sono le forme senza forma
Che passano senza che il dolore
Le possa conoscere,
O sognarle l’amore.

Come se la tristezza
Fosse albero e, una ad una,
Le sue foglie cadessero
Tra il sentiero e la bruma.

Chi sogna di più

Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?

Quando ero giovane,dicevo a me stesso

Quando ero giovane, dicevo a me stesso:
Come passano i giorni, a giorno a giorno,
E niente di ottenuto o progettato!
Più vecchio dico, con ugual fastidio:
Come, uno dopo l’altro, i giorni vanno,
Senza nulla di fatto e nulla nell’intenzione!
Così, naturalmente, invecchiato
Dirò, e con ugual voce e senso:
Un giorno verrà il giorno in cui ormai
Non dirò più niente.
Chi niente fu né è non dirà niente.

L’amore,quando si rivela

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.
Chi vuol dire quel che sente
Non sa quel che deve dire.
Parla: sembra mentire…
Tace: sembra dimenticare…
Ah, ma se lei indovinasse,
Se potesse udire lo sguardo,
E se uno sguardo le bastasse
Per sapere che stanno amandola!
Ma chi sente molto, tace;
Chi vuol dire quello che sente
Resta senz’anima né parola,
Resta solo, completamente!
Ma se questo potesse raccontarle
Quel che non oso raccontarle,
Non dovrò più parlarle,
Perché le sto parlando…
Il tuo nome ignoro
Il tuo nome ignoro. Il tuo profilo non ricordo.
Le tue parole dimenticai.
Era mattina, nebbia, era Dicembre,
Quando ti trovai e ti persi.
Sogno o rammento?
Non so. Era mattina e la nebbia
Nascondeva quello che c’era e quello che pensavo
Come un falso estremo rifugio
In nessuna parte del quale io stavo.
Sogno, prolisso e intero,
Ma, se tra i tasti la tua mano vagasse,
Così, spogliata dell’esser tua, io so
Che forse potrei trovare
Tra quello che non ho potuto incontrare
Quello che non troverò.

 

Il regno d’Inverno….

Aydin  possiede un piccolo Hotel nel centro dell’Anatolia che gestisce insieme alla giovane moglie Nihal, emotivamente distante, e a sua sorella Necla, ancora sofferente per il recente divorzio. Durante l’inverno, la neve copre la steppa e la noia fa riemergere vecchi risentimenti e incomprensioni…

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Regia: Nuri Bilge Ceylan

Ecco alcuni commenti di alcuni importanti quotidiani italiani:

“Diciamo la verità. ‘Il regno d’inverno’, film del turco Nuri Bilge Ceylan, Palma a Cannes e in gara per l’Oscar, è un pezzo unico e imperdibile di 196 minuti che impegna a tempo pieno ragione, cuore e sentimento. Non temete, è un suggestivo kolossal introspettivo consigliato a chi al cinema chiede ancora le virtù del pensiero, a chi capta atmosfere e panorami non da cartolina, chi vede oltre che guardare e ascolta oltre che sentire. Chi ama cine panettoni o best seller fantasy per teenager, fugga: ma coloro che hanno la pazienza di entrare in una storia, viaggiando in paesi lontani, partecipando a processi a porte chiuse, non lo perdano. Coabitiamo con personaggi in ostaggio di un innevato, silenzioso paesaggio dell’Anatolia, caratteri di cechoviana pazienza ma che si pongono dilemmi etici da Dostoevskij. Chi conosce questo regista personale (‘C’era una volta in Anatolia’), sa che ha un modo di pensare il cinema senza Tempo: l’infinito pare sempre senza ritorno poi ti accorgi che ti riguarda. (…) eccezionale Haluk Bilginer (…).” (Maurizio Porro, “Corriere della Sera’, 9 ottobre 2014)

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3 ore e 15 di immagini maestose e dialoghi bergmaniani che battono con forza e profondità non comuni su pochi punti decisivi. Quanta violenza latente si annida nei rapporti – di coppia, di classe, di lavoro – che scandiscono le nostre vite? Quanti modi abbiamo per dissimulare, anche a noi stessi, l’odio che scorre nelle vene della cosiddetta civiltà? E che prezzo paghiamo per questo autoinganno che spesso genera altro malessere e violenza? Era, a ben vedere, anche il soggetto dell’ultimo capolavoro di Nuri Bilge Ceylan, ‘C’era una volta in Anatolia’. Ma se quello era quasi un thriller fatto di svelamenti progressivi, qua l’enigma sembra infittirsi man mano che ci addentriamo nel regno di Aydin. E più che delle novelle di Cechov rielaborate dalla sceneggiatura (scritta con sua moglie Ebru Ceylan), si sente l’eco dell”Idiota’ di Dostoevskij: vedi la tirata della sorella di Aydin, quasi la chiave del film, sulla scelta di non opporsi al male per combatterlo. Il tutto esaltato dall’ambientazione in quella terra così remota che le relazioni sociali hanno qualcosa di arcaico e di particolarmente scoperto. Mentre le fugaci ma ricorrenti apparizioni di animali selvatici innescano ogni volta uno ‘scatto’ nella coscienza di Aydin. Chi crede che la lunga durata si identifichi col ritmo martellante delle serie tv, giri al largo. Ma chi a un film chiede ancora la densità e la complessità di un romanzo, non se lo lasci sfuggire.” ( Fabio Ferzetti: Il Messaggero)

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E’ un viaggio verso l’inverno della vita,quando all’impeto, alla passione, al desiderio di nuovo si sostituisce il bisogno di riflessione e di quiete; e la vera avventura diventa quella di trovare il coraggio di accettarsi per quel che si è. (…) Attraverso un succedersi di scene di impianto teatrale, Aydin, Nihal e Nicla si confrontano in lunghe discussioni etico culturali che, nonostante sembrino improntate a puro gusto speculativo, ne tradiscono frustrazioni e delusioni. Potrebbe venire in mente Bergman, ma Nuri Bilge CeyIan non scava nelle viscere, guarda piuttosto a Cechov intessendo la complessità inafferrabile della vita sui fili di una quotidianità priva in apparenza di eventi; e regalando, a dispetto delle oltre tre ore di durata, una coinvolgente esperienza di cinema. Colonna sonora affidata all’Andantino della Sonata 20 di Schubert, attori perfetti, sceneggiatura densa, ‘Il regno di inverno’, (Palma d’oro a Cannes) conferma che l’autore di ‘C’era una volta in Anatolia’ è davvero un grande.” (Alessandra Levantesi Kezich, ‘La Stampa’, 9 ottobre 2014)

Da parte mia vi do un consiglio: guardatelo,guardatelo,guardatelo,è un incanto 🙂

 

 

 

 

 

Consiglio lettura……..

La vedova Van Gogh : Camilo Sanchez

Il giallo dei girasoli, l’azzurro del cielo. Poche immagini sono più potenti e riconoscibili dei quadri di Vincent van Gogh. Ma cosa sappiamo del tempo in cui Van Gogh non era Van Gogh. Cosa sappiamo del tempo in cui le sue tele venivano usate come fondi di armadio o per tappare i buchi del pollaio? Quando Van Gogh si spara al petto, poco dopo con lui se ne va il fratello Theo. Della famiglia Van Gogh resta solo Johanna, la vedova di Theo, con il figlio ancora in culla, il piccolo Vincent. La sua è la storia bellissima e mai raccontata, prima che lo facesse lo scrittore, poeta, giornalista argentino Camilo Sánchez, della donna che ha consegnato al mondo l’arte di Van Gogh. Guardando un documentario della BBC, Sánchez è rimasto infatti colpito da un’immagine di Johanna van Gogh-Bonger, citata fuggevolmente come depositaria dei quadri e delle lettere. Comincia così un viaggio di conoscenza che lo porterà, prima, a scoprire, poi a scriverne un meraviglioso ritratto.

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Giovane e povera vedova ma battagliera Johanna torna infatti in Olanda apre una locanda in campagna, fa arrivare da Parigi i quadri di Van Gogh. Dal soffitto al pavimento, li appende in ogni stanza.
Johanna accoglie gli ospiti, ma pensa soprattutto a come dare valore a quelle tele. Johanna si batte, riceve molti no, ma non si arrende. Fino a quando non riesce a realizzare la prima mostra, fino a quando le porte delle gallerie europee non si aprono. La scrittura di Sánchez trasforma la ricostruzione storica in romanzo, la vita in avventura, con un ritmo tanto incalzante che, giunti all’ultima pagina, si vorrebbe subito ricominciare.

La vedova van Gogh - Rami di mandorlo in fiore 1890

Il romanzo è assolutamente atipico sia dal punto di vista della struttura che per la tecnica di scrittura. È una sorta di memoir della vita di Vincent attraverso gli occhi della cognata Johanna, che lo conosce e frequenta per soli quattro giorni prima del suicidio. Johanna è una donna atipica, un’olandese indipendente, che rimane vedova qualche mese dopo la morte del pittore.
Il fratello di Vincent Van Gogh non resiste al colpo della sua perdita e inizierà un lento declino, morendo in breve tempo. Johanna, rimasta solo con un figlio piccolo e la casa letteralmente invasa dai dipinti del cognato, che il marito cercava di piazzare come una sorta di venditore d’arte senza mai riuscirci, si trasferisce nuovamente nei Paesi Bassi.
Della sua vita e del modo in cui riesce a far ottenere il giusto — e postumo — riconoscimento a Vincent, tiene traccia in un diario, dove riporta alcune delle lettere più belle mai scritte tra fratelli, memoria di un amore radicato nel sangue e dove sbalordisce il lettore con alcune descrizioni accurate dei dipinti del cognato.

imagesIUAENTEOJohanna impara a conoscere il cognato e la sua arte, considerata spazzatura, attraverso l’analisi dei quadri e degli stati d’animo con cui Vincent dipingeva. Ci informa delle critiche delle prestigiose accademie d’arte nei confronti della sua tecnica pittoria. Pare che Van Gogh sia stato obbligato a frequentare un corso di pittura base per imparare la giusta tecnica per dipingere un essere umano. Le sue pennellate colorate e ampie erano considerate un tentativo infantile di produrre un dipinto, destinato al fallimento e da reprimere con la più feroce critica.

E così attraverso le parole di Johanna, le descrizioni dei quadri con cui ha tappezzato la casa in cui vive in Olanda, trasformata in una pensione, la vera storia di Vincent Van Gogh prende forma.
Ha dipinto il campo di grano più intenso della terra, con dei corvi che bucavano il cielo col becco, come un presagio, e poi si è sparato un colpo al cuore.
Il lettore fa un viaggio nel passato, nel mondo dell’arte, nel ruolo di una donna a inizio Novecento. Scopre nel dettaglio il movimento artistico dei XX, e altri nomi illustri fanno capolino, nomi come Paul Verlaine e Toulouse Lautrec.
Vincent Van Gogh è l’emblema del pittore incompreso dalla generazione dei critici dotti, così pieni di sé e radicati nel passato da non riconoscere il futuro. Johanna è una scrittrice piena di talento, oltre che un’ostessa. Attraverso le sue parole e i suoi diari facciamo conoscenza con uno dei talenti pittori più maltrattati e insultati di sempre.
Questo romanzo è un’opera d’arte, una composizione mista di narrazione, epistole, descrizioni specialistiche dei quadri, scrittura intimista attraverso i brani dei diari di Johanna fedelmente riportati dall’autore.
Non capita spesso di leggere un prodotto simile, che punta a raccontare una storia inglobando tutti gli aspetti possibili e inimmaginabili per descrivere l’anima di un artista che ha scelto di morire a 27 anni, povero in canna e ridicolizzato dai più.
Esistono delle vocazioni impossibili da soffocare, anche dopo la morte.
Il simbolo tangibile dell’apparente sconfitta che si trasforma in genio in pieno Novecento è Vincent Van Gogh.
Johanna non si è fermata di fronte alla morte del cognato. Ha desiderato, più di ogni altra cosa, conoscerne gesta e pensieri, per restituire loro memoria e dignità. La sua casa era invasa da trecento quadri e circa duecento disegni a carboncino — il resto, altrettanti quadri e disegni, era stato lasciato nella casa di Pigalle per l’elevato costo di trasporto.
Johanna Van Gogh scriveva sul tavolo della sala da pranzo mentre osservava “I mangiatori di patate” appesi a pochi metri dal suo sguardo. Metteva insieme lettere, punti di vista, messaggi che il pittore voleva trasmettere con la sua arte. Raccoglieva i proventi della pensione per permettersi di incorniciare le tele ed esporle in gallerie più o meno prestigiose d’Olanda.
Un romanzo stupefacente, che in molti punti commuove per la sua bellezza. Un romanzo sulla lotta, sulla vocazione e sull’anticonformismo. Un romanzo che mostra a chi legge che essere diversi, staccarsi in modo netto dalla massa e dal pensiero comune è la salvezza dell’anima e del cervello.

Una fragile armonia…..

Consiglio questo film,davvero riuscito:
Non è facile raccontare ai profani il mondo della musica classica, dal punto di vista di chi fa della propria passione una professione ad alto livello. Si rischia di risultare ostici, saccenti, noiosi, di far sentire escluso chi non ha l’orecchio o la cultura musicale necessari per apprezzare certe sfumature. Questo rischio non lo corre Yaron Zilberman , col suo primo lungometraggio di finzione, che riesce a evitare sia la trappola del film di nicchia che quella di banalizzare la musica per renderlo fruibile a tutti.

 

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Il quartetto al centro della pellicola ,The fugue,suona insieme da 25 anni e per un quarto di secolo è miracolosamente sopravvissuto a lutti personali e cambiamenti. Resta però pur sempre composto da esseri umani: per quanto innamorati possano essere della loro arte e della loro professione, sono pur sempre fallibili e poggiano su un equilibrio molto precario. Tra i quattro individui di talento che suonando in gruppo hanno accettato di non rifulgere individualmente, c’è chi vede nel cambiamento un’occasione di rivalsa umana e professionale e il dramma del violoncellista col Parkinson che chiede di essere sostituito diventa l’occasione per una scatenata battaglia senza esclusione di colpi tra gli ego dei tre (più la figlia di due di loro). Risentimenti famigliari, amori mai sopiti, improvvise quanto inopportune passioni e ambizioni represse esplodono, fino a mettere a rischio la continuazione del rapporto professionale del gruppo.

Non è una storia originale in sé, quella che ci racconta Zilberman, ma lo è il modo con cui, un movimento dopo l’altro, va a comporre una sinfonia senza pause, analoga al Quartetto per archi 131 di Beethoven attorno al quale ruota tutto il film. Come in La Sonata a Kreutzer, qua la composizione del grande musicista diventa protagonista, simbolo di una perfezione cui la maggior parte degli esseri umani può solo aspirare. La musica è strettamente intessuta all’azione del film e anche quando i protagonisti parlano è come se suonassero, a volte in modo rabbioso e disarmonico, altre con l’allegria della passione.

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E’ davvero un bell’esordio questo film, complesso e raffinato sotto l’apparente semplicità. A dargli forza, oltre all’impeccabile scrittura, sono i suoi straordinari attori, soprattutto il violinista ossessionato e represso interpretato da Mark Ivanir, il secondo violino frustrato, un po’ meschino e infedele del sempre impeccabile Philip Seymour Hoffman e il – consentitecelo – meraviglioso Christopher Walken, che recitando per sottrazione resta sullo sfondo riuscendo tuttavia a dare senso e coesione con la sua straordinaria presenza a un’opera corale. Oltre al livello della recitazione, l’ambientazione newyorkese ci ricorda a tratti – in versione più ironica ed ebraica – il cinema di John Cassavetes, per cui ancora oggi proviamo nostalgia.

 

 

 

Quebec,la via dei sapori……

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