
Verità…..quali?


Ieri avevo letto di un concerto gospel nella chiesa di un piccolo borgo vicino casa. Era nella Chiesa del paese. Sono andata in anticipo prima che ci fossero troppe persone. Sono entrata e mi sono trovata in un antro oscuro pieno zeppo di statue e dipinti. Figure che non trasmettevano serenità e bellezza ma inquietudine,c’era qualcosa di sbagliato che non riuscivo a decifrare e che mi ha fatto scappare fuori,come se mi mancasse l aria. Si sentiva la puzza di zolfo lontano un miglio. Si sente quando non sei nel posto giusto e le sensazioni non sbagliano.
Per me la sua canzone più bella….ma lo dico di tutte le sue 🙂
Pensa te ,Leonard Bernstein su un nome cosa ha realizzato 🙂

Ci sono musiche che semplicemente sono Natale !Ho trovato questa bella trascrizione e non è nemmeno difficile. Volevo impararla. Mi sono messa al piano e….non la riconoscevo…è scordato !!!!! 🙂

A Firenze c’ è un piccolo bellissimo cinema d’Essai,Il cinema ” ASTRA ” in Piazza Beccaria, che proietta anche la domenica mattina alle 11. Ed è li che spesso vado a vedere i film che mi piacciono…adoro fare cose al di fuori degli orari stabiliti dalle convenzioni :)….e anche perchè tutte le volte che mi propongo di andare il pomeriggio ,rimando sempre perchè mi fa fatica, in queste giornate buie e umide di primi di Dicembre , vestirmi e uscire di casa….

Nella Francia di oggi, un gruppo di sconosciuti viene riunito in quanto discendente di Adèle, donna di fine ottocento che dalla Normandia era partita alla volta di Parigi in cerca della madre che l’aveva abbandonata. Dovendo ispezionare la casa in rovina di Adèle per decidere cosa fare della proprietà, gli emissari del gruppo – Guy, Céline, Seb e Abdel – mettono insieme pezzo dopo pezzo il lontano passato della loro famiglia. Parallelamente, durante la Belle Époque, Adèle si avventura nella grande città assieme ai nuovi amici Lucien e Anatole, scoprendo una capitale nel vortice del cambiamento, tra zone ancora rurali e i salotti della borghesia moderna, e tra le arti figurative e l’avvento della fotografia.
Un riuscito esercizio di cinema popolare che – solcando tra le epoche – mette in connessione le frustrazioni del mondo moderno con una visione idealizzata della mistica ottocentesca.
Il regista ,che è anche, tra l’altro, fotografo, fa da sempre un cinema raffinato ma al contempo popolare, che giostrandosi tra commedia e dramma, trattando quindi temi psicologicamente e sociologicamente complessi in modo semplice e arioso, riesce a far sorridere gli spettatori e a rivolgersi tanto al pubblico d’essai quanto a un pubblico più ampio; com’è accaduto per il film che l’ha fatto conoscere a livello internazionale, L’appartamento spagnolo (2002). La sua formazione è composita (studi di cinema a New York oltre che in Francia, a Paris-Sorbonne e a Vincennes-Saint-Denis) e i suoi film, interpretati da attori che rappresentano, di volta in volta, il meglio del cinema francese di quel momento, mettono i personaggi, con le loro problematiche sentimentali, al centro di un contesto (storico, sociale, culturale) più ampio, spesso e volentieri parigino. Con un occhio di riguardo all’arte, che sia la danza come nel penultimo film (ma non solo), la pittura o la fotografia.
E’ quello che accade anche in questo film, costruito (come l’alleniano Midnight in Paris) su un montaggio parallelo tra il tempo presente, in cui quattro lontani cugini, discendenti dei tre rami della famiglia di Adèle Meunier, morta nel 1944 forse nel bombardamento di Le Havre, sono chiamati a occuparsi della casa, piena di reliquie del passato, in cui è vissuta l’antenata, che una multinazionale vuole comperare per realizzarci il parcheggio (rigorosamente ecologico) di un ennesimo, grande centro commerciale, e il tempo passato, precisamente il 1895 (con passaggi nei primi anni ’70), il momento in cui Adèle, dalla campagna normanna, si reca a Parigi in cerca della madre che l’aveva affidata alla nonna, ora defunta, quando era piccolissima. Lei a casa ha un ragazzo che la ama ma sente che a Parigi ha delle cose da fare e da scoprire, e si mette in viaggio. Lungo la strada incontra due coetanei, un pittore e un fotografo, che ammirano con lei, dal battello che corre sulla Senna, la rive gauche e la recentissima Tour Eiffel, sgranando gli occhi come quando, più tardi, guarderanno dalla terrazza di Montmartre il viale dell’Opéra, e l’Opéra stessa, illuminati dalla luce elettrica, il giorno prima di recarsi in quel quartiere a vedere le “immagini in movimento” dei Lumière.

Ma se adesso ci siamo soffermati sui prodigi della scienza e della tecnica e quindi sullo spirito positivista che animava la Belle Époque, un altro aspetto del XIX secolo, anzi della fin de siècle, evidenziato riguarda l’arte, perché Adèle sta con gli amici a Montmartre, sopra al Rat Mort (locale realmente esistito, ma raffigurato qui come se fosse Le Chat Noir; e tutta “finta”, palesemente ricostruita e cartolinesca, è nel film la Parigi del tempo, un invito a considerare il carattere di finzione dell’arte e del cinema in primis), e la sua storia familiare la porta a incontrare artisti come Claude Monet e Félix Nadar, sempre per stare tra pittura e fotografia, con un’apparizione di Sarah Bernhardt.

Artisti che avranno un ruolo anche nella storia ambientata nel tempo presente, che si apre con un servizio di moda davanti alle Ninfee di Monet all’Orangerie (ambientazione che si ripete, uguale ma diversa, nel finale) e che si chiude con la consapevolezza di aver ereditato un quadro dal valore inestimabile, uno schizzo dal valore analogo e due fotografie d’epoca altrettanto importanti, ma con consapevolezze anche diverse: in particolare per Seb, il vero protagonista di questa parte, quella dell’importanza, ogni tanto, di “guardare indietro” quando si tenderebbe piuttosto a guardare avanti, e per Céline quella della necessità di “rallentare”, e di “lasciar andare” per trovare qualcosa che vada meglio per sé, autenticamente. Perché il sé autentico non è quello che corre o che si affanna o che sta continuamente nell’ansia della prestazione, ma quello che può anche, se c’è la persona giusta vicino, ridere e sorridere della vita, delle sue contraddizioni come della bellezza che può portare, inaspettatamente, se ci si apre ad accoglierla. Come a dire: andare nel passato, riscoprire il proprio passato e le proprie origini anche familiari, senza escludere la possibilità di aprirsi agli incontri inaspettati e ai nuovi accadimenti, aiuta a vivere bene il futuro e, ancora prima, questo presente magari non esaltante (la società dei consumi, gli strumenti tecnologici, la velocità dei nostri tempi vengono qui osservati in chiave critica), ma che è pur sempre quello con cui dobbiamo confrontarci.

Messaggi semplici, quindi; per un film che non ha guizzi di originalità cinefila (a Cannes è passato fuori concorso), ma che conquista proprio per questa semplicità che, a livello cinematografico, si evidenzia nella buona fattura, nella sceneggiatura forte e nell’ottimo cast, fatto di attori giovani (lo splendido Abraham Wapler, Paul Kircher, Vassili Schneider e la brava Suzanne Lindon, figlia di Vicent Lindon e Sandrine Kiberlain) e meno giovani (il sempre meraviglioso Vincent Macaigne, Julia Piaton, Zinedine Soualem, Cécile De France e, in una piccola ma grande parte, Olivier Gourmet), come nei film precedenti del regista.
Francia, 2025, 126′
La venue de l’avenir
Cédric Klapisch
Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Alexis Kavyrchine
Anne-Sophie Bion
Suzanne Lindon, Philippine Leroy-Beaulieu, Cécile De France, Vincent Perez, Vassili Schneider, François Berléand, Julia Piaton, Sara Giraudeau, Vincent Macaigne, Paul Kircher, Zinedine Soualem, Fred Testot, Raïka Hazanavicius
Ce Qui Me Meut
Teodora Film

“Non so se sia il freddo o l’ aria Natalizia che si stiano impadronendo di me ,ma mi vengono in mente ricette lente da fare con il camino acceso e sorseggiando ogni tanto la cioccolata calda. E sono tutte ricette buonissime della nostra Toscana viste fare mille volte in casa dei nonni…..”
Ricordo la prima volta che l ho preparata dopo aver chiesto istruzioni alla nonna…7 ore !!!!!!! 🙂
Questo piatto incarna la semplicità e la ricchezza della cucina toscana, è l’incontro perfetto tra il sapore deciso e amarognolo del cavolo nero e la delicatezza della farina di mais che ne smorza il gusto regalando una consistenza perfetta.

Questa ricetta, che affonda le radici nella tradizione contadina, nasce nella provincia di Pistoia e diventa, nel tempo un piatto tipico di tutta la Toscana. Come succede anche per la ribollita, la ricetta della farinata può variare da zona a zona.

100 gcipolla
100 g carota
70 g sedano
2 spicchi aglio
250 g cavolo nero (al netto degli scarti)
200 g fagioli cannellini secchi ( io adoperi i borlotti,più saporiti)
50 g pomodori pelati
6 cucchiai olio extravergine d’oliva
q.b. sale
q.b. pepe nero
q.b. peperoncino (facoltativo)
1 rametto rosmarino
150 g farina di mais
Mettete i fagioli secchi in una ciotola capiente, copriteli con l’acqua e lasciateli in ammollo per tutta la notte.

Il giorno successivo fate rosolare in un tegame lo spicchio d’aglio e il rosmarino in 3 cucchiai di olio, unite i fagioli, il sale, poco pepe e coprite il tutto con dell’acqua a temperatura ambiente. Se non vi piace eliminate l’aglio.
Coprite e fate cuocere per 1 ora.
A cottura ultimata prelevate una parte di fagioli e metteteli in una ciotolina, frullate i fagioli rimasti con l’acqua di cottura, diventerà il brodo per la farinata.
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Sbucciate la cipolla e la carota, lavate il sedano e tritate il tutto finemente.
Tagliate a pezzetti i pelati. Sbucciate l’aglio e schiacciatelo con il dorso della mano.
Lavate molto bene il cavolo nero e tagliatelo a listarelle poi a pezzetti piccoli.
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Fate scaldare 3 cucchiai di olio in una pentola, unite l’aglio, il sedano, la carota, la cipolla e fate rosolare, se vi piace potete aggiungere del peperoncino piccante. Eliminate l’aglio.
Unite il pomodoro a pezzetti, il cavolo nero, un pizzico di sale, uno di pepe e i fagioli con la loro acqua di cottura, ne serve almeno 1 litro e mezzo, se non è sufficiente aggiungete dell’acqua o del brodo vegetale.
Portate a bollore e fate cuocere per 40 minuti. Assaggiate e regolate di sale.
Versate la farina per polenta istantanea a pioggia mescolando continuamente la farinata per evitare la formazione di grumi. Fate cuocere 5 minuti e spegnete, dovete ottenere una zuppa densa e cremosa da mangiare con il cucchiaio.
Se utilizzate la farina per polenta a cottura lenta procedete allo stesso modo aggiungendo se occorre altra acqua o brodo vegetale. In questo caso la cottura sarà più lunga, serviranno 40/45 minuti.
La farinata di cavolo nero è pronta, servitela calda con un filo di olio extravergine di oliva e una macinata di pepe nero.

Continuando con la riscoperta dei sapori poveri

Prepararla è semplice. Per prima cosa sterilizzate i barattoli. Lavateli in acqua insieme ai tappi, quindi raccoglieteli in una casseruola e inframezzateli con dei canovacci in modo che non si rompano. Riempite di acqua e portate a ebollizione. Da questo momento calcolate 30 minuti. Con le pinze estraeteli e poi fateli asciugare capovolti su un panno pulito.

Dividete i cachi a metà, rimuovete i semi e il picciolo e, aiutandovi con un cucchiaio, prelevate la polpa raccogliendola in una casseruola. Aggiungete poi le mele a dadini e mescolate.
Aggiungete lo zucchero, il succo di limone filtrato, i semi di vaniglia, mescolate e lasciate riposare per 30 minuti. Mettete sul fuoco e cuocete la marmellata per 45 minuti, se possibile utilizzando uno spargifiamma in modo da non concentrare troppo il calore sul fondo della casseruola. Durante la cottura mescolate e schiumate con una schiumarola. Quando mancheranno 5 minuti dal termine frullate con il frullatore a immersione in modo da ottenere un composto omogeneo.
Invasate immediatamente nei barattoli, chiudete con i tappi e fate raffreddare capovolti. La confettura di cachi è pronta per essere consumata subito o conservata per circa 3 mesi.
Ottima insieme ai formaggi


” Ricordo simpatico di una cena vegetariana a casa di una pittrice che ama riscoprire le tradizioni semplici toscane “:


Come spesso accade con le ricette tradizionali, anche la pasta con farina di castagne è un piatto povero, che nasce dall’esigenza di preparare qualcosa di buono usando quel che c’è, o meglio c’era, sottomano.

E siccome non sempre nelle case di contadini e allevatori c’era la farina di grano tenero a disposizione, a volte occorreva trovare alternative: per esempio la farina di castagne, ricavata dai frutti chiamati non a caso “il pane dei poveri”. Ecco che allora in un menù autunnale non potevano mancare, vista l’abbondanza almeno un tempo di castagneti, soprattutto in alcune regioni italiane.

INGREDIENTI
150 g farina di castagne
150 g farina 00
3 uova intere
ISTRUZIONI
C erano una volta, le Cartoline Natalizie…
Non sono una che crede che in passato tutto fosse migliore; era assolutamente come adesso, la bellezza e l oscurità convivevano. Ma mi piace vedere la trasformazione di una tradizione antica e come negli anni si sia evoluta. L unica cosa diversa forse,guardando le cartoline era che mostrasse più ingenuità, fosse meno disincantata…..
” Venti del passato,si chiamava il negozio ed i ricordi erano la sua mercanzia. Quello che per una generazione era addirittura prosaico e perfino volgare, col semplice passare degli anni si era trasformato in qualcos’altro,allo stesso tempo magico e vintage……”
Da una frase dell unico film di Woody che adoro, (Midnight in Paris ) ,vecchie cartoline natalizie vintage che amo:









